martedì 31 gennaio 2017

I principi del pensiero conservatore

I principi del pensiero conservatore
L’evoluzione del giudizio sulla rivoluzione.
L’iniziale entusiasmo degli intellettuali europei per la rivoluzione francese fu di breve durata. Nel consenso ai principi dell’89 aveva giocato uno schema di interpretazione della storia che vedeva nella rivoluzione un esito dell’Illuminismo settecentesco e la capacità di portare a compimento il periodo delle riforme, che i sovrani avevano sempre lasciato a metà. Quando venne il momento di prendere le distanze dal Terrore si cercò almeno di salvare la prima fase della rivoluzione, ma le guerre napoleoniche produssero un giudizio più radicale di condanna che non consentiva più di distinguere un periodo costruttivo della rivoluzione dal suo seguito di terrore e violenze. La filiazione dall’Illuminismo alla rivoluzione veniva tuttavia ancora ritenuta valida anche se con un segno rovesciato, e lo stesso Napoleone, il tiranno che aveva imposto all’Europa intera l’oppressione francese e quindici anni di guerra, era considerato una conseguenza diretta del 1789; era perciò da attendersi che l’intero secolo dell’Illuminismo, con il suo razionalismo materialista ed ateo, sarebbe stato messo in questione da un pensiero controrivoluzionario, che poteva additarne gli esiti malvagi.

La storia contro la ragione
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In effetti il pensiero reazionario, sempre più cupo e pessimista nel suo giudizio sull’umanità e nella sua proposta di un cristianesimo tradizionalista, produsse negli anni dell’impero napoleonico una messe di opere politiche e filosofiche, ben rappresentata da quelle di Joseph de Maistre.
Ma una vera e propria bibbia del conservatorismo era già stata scritta molto prima di Napoleone e perfino prima del Terrore: il 1° novembre 1790 l’uomo politico e deputato della Camera dei Comuni Edmund Burke (1729-97) aveva pubblicato un libro intitolato Riflessioni sulla Rivoluzione francese, nel quale i principi del 1789 erano criticati in se stessi, indipendentemente da quegli “eccessi” che ancora non si erano verificati e che peraltro erano suggeriti come inevitabili.
La tesi di fondo di Burke era che la costituzione di un paese non è qualcosa che determinati individui possano fare a tavolino, realizzando in
poche sedute parlamentari un programma composto di idee che sembrano buone e fra loro coerenti rispetto ad una razionalità politica
del tutto astratta. Al radicalismo tutto intellettuale dei rivoluzionari venivano opposti due criteri distinti:

  • il primo era quello, molto legato alla tradizione empiristica inglese, della superiorità della pratica su ogni teorizzazione pura;
  • il secondo, destinato in seguito ad incontrare molta fortuna nel pensiero politico conservatore o reazionario, diceva che le costituzioni sono delle realtà molto complesse,
cresciute lentamente in un lungo arco storico, opera di una saggezza collettiva che passa attraverso le generazioni.
L’assolutezza della ragione è ben illusoria di fronte alla concreta capacità di durare dei prodotti della storia. Ciò che Burke doveva quindi cercare di dimostrare era che la “gloriosa rivoluzione” del 1688 non era stata affatto rivoluzionaria, ma era avvenuta in realtà nei limiti stessi di una costituzione antichissima che nessuno allora aveva realmente inteso violare.
In particolare Burke era convinto che la “piccola e temporanea deviazione” dall’ordine della successione, che aveva messo sul trono inglese Guglielmo d’Orange accanto a Maria Stuart, non doveva essere interpretata come affermazione del principio che il popolo sceglie da sé il suo re, cioè che la sovranità popolare è superiore al legittimismo dinastico affermato dalla costituzione.
Burke e i diritti dell’uomo.
Burke aggiungeva subito che non intendeva dichiararsi contrario all’eventualità di mutamenti istituzionali, perché “uno stato privo di ogni possibilità di mutamento non ha neanche modo di conservarsi”.
Ma il cambiamento “deve effettuarsi senza il completo disfacimento dell’intera struttura civile e politica”: non si deve distruggere l’intero edificio per rimetterne a nuovo una parte. Ciò che in ogni caso Burke aveva in orrore era che il popolo cui si voleva attribuire la sovranità dovesse essere inteso soltanto come una somma di individui; un popolo è il faticoso risultato di tutto un intero processo storico. Le “molecole organiche di un popolo frammentato in individualità” si liberano del loro passato storico solo per avviarsi su una strada di vuoto morale che conduce alla barbarie e alla violenza. Una conclusione subito doveva imporsi: i diritti acquisiti dagli inglesi, saldamente radicati nella storia, valgono molto più dei vaghi ed astratti “diritti dell’uomo” proclamati dalla rivoluzione francese.
Quanto ci viene tramandato con il segno prestigioso dell’antichità è sempre preferibile all’”insolenza pretenziosa” che accompagna l’azione di chi vorrebbe ricominciare sempre tutto da capo.
L’eguaglianza assoluta appare così una “mostruosa pretesa, che ispirando false idee e vane speranze in uomini destinati a viaggiare per gli oscuri sentieri di una vita laboriosa, serve solo ad aggravare ed amareggiare quella ineguaglianza reale che è irremovibile”. Lo stesso si può dire per i principi democratici che vogliono far partecipare ciascun individuo alla vita politica senza tener conto della sua proprietà, questo grande mezzo di conservazione sociale, “zavorra indispensabile alla stabilità della nave dello stato”. Il massimo dell’estremismo consiste nel volere un governo basato su pochi e semplici principi razionali. Esso abolirà le complicazioni derivanti dalla coesistenza di molti corpi sociali fondati sulla tradizione storica e tra cui occorre ogni volta stabilire un compromesso, ma aprirà la via ad un dispotismo inaudito.